
Leggere “Minotauro” di Dürrenmatt significa scendere lentamente in uno spazio claustrofobico, soffocante, frammentato. Un labirinto che è prigione e specchio, attraversato da lame di luce e riflessi ingannevoli, in cui vive una creatura mostruosa e insieme vulnerabile: figlia di un amore proibito e contro natura, il Minotauro è condannato a un’esistenza senza radici, senza comprensione di sé o del mondo.
La creatura è sola, intrappolata in un gioco di specchi che moltiplica le immagini ma nega ogni identità, ogni possibilità di riconoscimento.
Quando finalmente una giovane donna entra nel labirinto, il mostro precipita in un bisogno primordiale e disperato: essere visto, essere amato. Danza per lei, perché la danza è l’unico linguaggio che conosce, l’unica forma di comunicazione possibile. Ma l’istinto animale prende il sopravvento. Privo di strumenti per comprendere l’altro, il Minotauro distrugge ciò che desidera. La danza di gioia si trasforma in morte, e alla speranza subentra un vuoto ancora più profondo, definitivo.
Esiste davvero libertà quando il destino sembra già scritto?
Fin dalle prime pagine, Dürrenmatt ci mostra la mostruosità come condizione dell’uomo moderno. Come il Minotauro, non siamo forse anche noi prigionieri del nostro corpo, dei nostri labirinti mentali, ostaggi di circostanze che non sappiamo controllare?
Attraverso questa ballata tragica e crudele, l’autore ci costringe a guardare oltre l’apparenza, a riconoscere nel mostro una parte fragile, rimossa e dimenticata dell’essere umano. In una tragedia annunciata, dove gli “eroi” del mito classico perdono ogni aura salvifica, dopo aver letto il finale ci si sente svuotati, spezzati, inquieti e colpevoli.
Quante volte, come il Minotauro, distruggiamo ciò che desideriamo solo perché non sappiamo amarci davvero?
✒️”Non sapeva che cosa è vita e cosa è morte.”
❓️Vi incuriosisce questa ballata? Avete letto qualcosa di Dürrenmatt? Mostri si nasce o si diventa?
