
Due uomini, distanti nei secoli, vivono entrambi in tempo di guerra.
Un soldato di ventura combatte e assiste agli orrori della Guerra dei Trent’anni.
Un ex mercante d’arte sopravvive in una Roma rasa al suolo da un ordigno nucleare nel 2032, all’interno di un immenso palazzo falansterio di otto chilometri, fatto di vetro e cemento e progettato da un geniale (si fa per dire) architetto.
Sono secoli di corsi e ricorsi storici in cui l’uomo non riesce a imparare dai propri errori. Secoli in cui la Pace resta una chimera e la Guerra un Leviatano insaziabile, che avanza inesorabile inghiottendo tutto e tutti.
Eppure nessuno fa nulla: il mondo sprofonda nelle tenebre, allora come adesso.
Nel romanzo di Giacopini la vita diventa una pedina nelle mani della politica e del potere: un “cosmo a blocchi” in cui apocalittiche visioni, incisioni artistiche, filosofia, sovrani, religione e stregoneria collegano passato e futuro. E in guerra, la danza della morte non guarda in faccia nessuno.
Ci si nasconde dietro la parola Patria mentre il mondo implode. Si annienta fisicamente e psicologicamente chi è “diverso”. Ma poi, volendolo dire, chi decide chi o cosa è “normale”?
Cambiano gli schieramenti, le alleanze, i nemici. Cambia il clima, il pianeta brucia e viene raso al suolo.
E noi? Che posto occupiamo? Quali e quante responsabilità abbiamo? Guardiamo o agiamo?
Questo romanzo profetico, cupo e a tratti dissacrante, dalla scrittura densa e tortuosa, ci prende per mano e ci conduce nell’Abisso che ci stiamo scavando da soli. Riusciremo, prima o poi, a vedere quanto è profondo?
E la speranza?
Ha gli occhi di un cane randagio, l’unico capace di riconoscere il vero amore, e l’immagine di una pergola sul fiume: ultimo baluardo, ultimo rifugio dell’anima.
Leggetelo. Punto.
❓️A sentimento, tu cosa ne pensi? Ti incuriosisce questo romanzo?
Grazie Nutrimenti per la copia e la fiducia









